Istantanea di Buenos Aires

Quelli che seguono sono vecchi appunti del periodo 2001-2012, scritti mentre eravamo in viaggio, il più delle volte durante i trasferimenti su bus o treni. Pensiamo possano comunque essere interessanti e utili.

Un refolo di fresca brezza autunnale si alza leggero sollevando una manciata di foglie rossastre che lentamente danzano nell’aria e si poggiano sulla spalla di un senza tetto che riposa davanti all’entrata di un vecchio teatro.

Questa è l’immagine che più mi rimarrà impressa delle nostre ultime ore a Buenos Aires, alla fine di una sosta troppo breve per scoprirne l’anima più profonda ma sufficiente per capire cosa si nasconda dietro le apparenze, come quando passi il dito lungo il comò e osservi la scia lasciata dal tempo trascorso.

Buenos Aires è così, il frutto di un passato glorioso, celebrato da romanzi e canzoni che ci hanno fatto tutti sognare, chiuso in una boccia di vetro, fermo a guardare se stesso: è un sessantenne di origini italiane cui brillano gli occhi a ricordare l’Argentina solare di un tempo, la ballerina di tango con il rossetto rosso fuoco, il tacco nero e il vestito scosciato che rabbrividisce dal freddo mentre ti propone una foto in posa, a imitare Gardel per pochi pesos, con tanto di sciarpa e cappello, il finto Maradona che si offre per uno scatto veloce a la Boca, l’artigiano hippy dalla barba brizzolata che vende zucchette per il mate in Plaza Dorrego.

Passegiando per la città ti sembra di respirare un’atmosfera rarefatta, retrò, ferma ai bei tempi che furono: i caffè letterari con le vecchie sedie di legno dall’odore di antico, i negozi di antiquariato e di bambole d’altri tempi, i tantissimi cinema e teatri in Via Corrientes dove ancora è in uso il matinee, il mito del tango, attrazione per turisti in costose cene show.

Buenos Airea è “una vecchia signora dal cappotto sciupato” che vive dei suoi miti e dei fasti del passato e su cui incombe la miseria della modernità: a due passi dai grandi palazzi stile liberty crescono le favelas degli immigrati boliviani e peruviani, le signore ingioiellate passano accanto ai dog sitter, nuovo mestiere post moderno e ai tantissimi senza tetto che rovistano nei sacchi dell’immondizia. La globalizzazione preme per il cambiamento.

Forse non sapremo mai quale sia la vera anima di questa città, forse occorre una persona del posto per addentrarsi nei suoi meandri più profondi. A noi rimane la suggestione dei romanzi di Borges, una canzone di tango in sottofondo e l’atmosfera che abbiamo sempre sognato e forse lasciato per strada, come la scia di un profumo costoso, che ti fa immaginare il passaggio perduto di una bella donna.

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