Viaggiare con un bambino è possibile?

Mi capita spesso di trovare in articoli legati al viaggiare con i bambini: le difficoltà, le criticità, ma anche le potenzialità e le possibilità. Ho appena letto quello di Patatofriendly (che mi è piaciuto molto e in cui mi sono ritrovata) e ho iniziato a riflettere su quanto sia cambiato il nostro modo di viaggiare negli ultimi 4 anni.

Parto da una doverosa premessa: noi abbiamo avuto fortuna, moltissima fortuna. Il nostro piccolo non ha mai accusato molto il jet lag, adora viaggiare in macchina, non soffre il cambiamento di letto e hotel tutti i giorni, ama alla follia gli aerei e ci segue sempre con molto entusiasmo ma…

Ma anche lui ha passato i famigerati terrible two/three: era capricciosissimo, scappava e correva a perdifiato senza voltarsi tra la folla, si dimenava in crisi isteriche che ci facevano vergognare tantissimo in mezzo alla gente, si prodigava in rifiuti categorici di mangiare qualsiasi cosa e non ascoltava minimamente le nostre richieste. In questo periodo siamo stati tentati diverse volte di gettare la spugna, di prenderci un periodo di pausa dal viaggiare, in attesa di svalicare questo periodo critico. Perché alla fine facevamo fatica a goderci i posti, le visite erano frettolose, non avevi mai il tempo di assaporare i luoghi e i momenti, non riuscivamo a scattare una foto tutti insieme e ci sembrava che il viaggio ci sfuggisse velocemente dalle mani.

Eppure non abbiamo mai ceduto, la voglia di viaggiare era troppo forte. Egoismo? Sicuramente. Noi per primi abbiamo sempre viaggiato, fa parte del nostro Dna e del nostro modo di essere. Io personalmente non ho mai voluto rinunciare, sebbene, si sa, l’80% della fatica ricada sempre sulle mamme. Mi sono detta: fino a quando non mi accorgo di provocare in nostro figlio un disagio (e non è mai successo) io terrò duro.

Ma non è solo questo. Chi vi dirà che tanto non ricordano, che non rimane nulla ai bambini sotto una certa età non sa di cosa parla o vuole crearsi degli alibi. Il nostro bimbo ti racconta di fari (New England), di porte rosse nell’acqua (Giappone), di cervi e di bisonti (Canada e Usa), di tuc tuc (Thailandia) come la cosa più naturale del mondo. E’ curioso, ama le mappe e non vede l’ora di scoprire ogni giorno posti nuovi, al punto che anche a casa, ogni santa mattina, mi chiede: “Mamma oggi dove andiamo?”.

E vi dirò di più. Al ritorno da ogni viaggio io lo vedo cambiato, se ne accorgono anche nonni e insegnanti a scuola: ha provato emozioni nuove, si è confrontato con regole e situazioni mai viste, ha superato piccoli e grandi limiti, ha sperimentato nuovi strumenti, ha visto animali dal vivo e vissuto esperienze inedite. Tutto questo lo fa crescere, fa nascere i suoi gusti, orienta le sue azioni e lo rende un bimbo migliore.

 

Viaggiare con i bambini quindi è faticoso?

E’ una delle cose più faticose e al tempo stesso più appaganti che abbia mai sperimentato. Un controsenso costante ma stimolante. Io penso che l’unico modo per riuscire a superare, motivare e trasformare una grande fatica in opportunità è l’amore che si ha per il viaggiare. Se la motivazione che ci spinge a viaggiare è granitica e forte in noi, allora la fatica si supera.

Solo così non pesano le notti in bianco in aereo a cercare di convincerlo a dormire, le corse in bagno con abilità da contorsionista, la stanchezza di gestire tutte le criticità che già normalmente si hanno a casa (capricci per nanna/pappa/doccia/tv/etc) ma proiettate nelle più svariate situazioni che ne aumentano lo stress (fila in aeroporto, volo diurno, mezzi pubblici, trasferimenti lunghi in auto etc), la febbre che colpisce nei momenti meno opportuni o ancora i mille convincimenti per mangiare.

Ma tutta la fatica viene ampiamente ricompensata dal suo sguardo felice quando vediamo cose nuove e il suo muovesi in maniera assolutamente naturale in qualsiasi parte del mondo. Noi scopriamo il mondo insieme.

 

Cosa mi manca?

Sarei un’ipocrita se dicessi che è tutta una figata.

Dei nostri viaggi a due mi mancano tante cose che oggi non possiamo più fare o quanto meno facciamo in maniera molto diversa.

Il potermi vedere un film in aereo senza 200 interruzioni, dedicare tutto il tempo necessario per fare una bella foto senza dover correre dietro a un nano curioso, leggere tutte le didascalie di un quadro in un museo, godermi una birretta alla fine della giornata con una conversazione adulta e ragionata, avere il tempo fisico e mentale per scrivere il diario di viaggio e prendere appunti senza crollare sfinita in un sonno pesante appena tocco il cuscino, ammirare senza fretta un tramonto per paura che chiudano le cucine e non trovare un posto per cenare, godermi lo street food senza il pensiero fisso “e il piccolo che mangerà?”, affrontare una passeggiata o un trail con il minimo indispensabile e non carichi come muli per essere pronti ad ogni evenienza o emergenza, avere il mio spazio in valigia, che viene sempre più ridotto per poter infilare tutto l’occorrente sanitario pari all’assortimento di una farmacia (e non sono una persona ansiosa ma solo molto strutturata sul buon senso), apparire fresca e riposata nelle foto, senza occhiaie e senza macchie sui vestiti, andare all’avventura senza prenotare nulla, entrare in un locale fighissimo di musica country dal vivo in cui non accettano i bambini.

Mi manca soprattutto la spensieratezza di viaggiare con una buona dose di leggerezza. Perché dobbiamo essere sinceri: con i bambini aumenta il carico di responsabilità che ci portiamo addosso. E aumentano anche le ansie, soprattutto in questo periodo storico: se succedesse qualcosa, se mai accadesse qualcosa di brutto o solamente un disagio al nostro piccolo, la colpa ricadrebbe su di noi, genitori egoisti e irresponsabili, che pur di viaggiare li abbiamo portati dall’altra parte del mondo. A volte la paura risulta davvero paralizzante e così, per esorcizzarla, proviamo a rasentare la perfezione: nel prenotare i posti perfetti, nell’ottimizzare gli spostamenti, nel pianificare il viaggio, nell’essere sempre pronti a qualsiasi esigenza.

 

Cosa ho imparato?

Non è però tutto faticoso e insormontabile. Queste criticità e le esigenze di un bimbo mi hanno anche aiutato a vedere e considerare il modo di viaggiare in maniera diversa.

Provo a fare un bilancio delle cose che ho imparato in questi 4 anni attraverso gli occhi del nostro bambino:

  • a dedicare del tempo in più alle cose e a rendere meno serranti e concentrati gli itinerari
  • quanto possa essere bello, divertente e a volte indispensabile un parco giochi
  • la bellezza e il divertimento di sperimentare attività nuove e tornare bambini su trenini d’epoca e percorsi sugli alberi
  • cercare e vedere insieme un cartone animato sul lettone dopo un’intera giornata trascorsa a visitare
  • raccontare storie di elfi, gnomi e giganti per rendere meno faticoso e lungo un percorso di trekking
  • scoprire insieme la natura e sgranare gli occhi davanti a un animale in libertà
  • giocare al “mi prendi” in una piazza sgremita di turisti
  • fare la spesa al supermercato alla ricerca di cracker e carote
  • insegnare a usare le bacchette da trekking, a pagaiare e a camminare in montagna
  • a ridimensionare le mie aspettative, frenare la mia incorreggibile tendenza a vedere ogni singolo sasso per dedicarmi invece a vivere quello che veramente ci rende felici e appagati, a superare con serenità imprevisti e contrattempi.

 

Le mie conclusioni

Quando nei vari gruppi leggo accorate richieste di aiuto e delucidazioni sul portare i bambini in posti lontani, con tante ore di fuso, magari a pochi mesi di vita, sorrido. Ma non perché consideri questi dubbi ridicoli, ma perché rivedo me stessa 4 anni fa, quando ero anche io attanagliata dalle domande.

E le risposte sono arrivate solo provando. Non tutti i bambini vivono serenamente il viaggio, non tutti i genitori sopportano serenamente la fatica in situazioni stressanti (di cui il viaggiare è pieno, tranne la crociera che io non prendo in considerazione nemmeno sotto tortura), ogni genitore è diverso così come lo è ogni bambino e ogni nucleo familiare ha un suo modo di organizzare i tempi.

Per cui ogni famiglia deve solo trovare il proprio equilibrio per star bene, per godersi in pace la propria vacanza, per ritagliarsi un momento di felicità, che sia dall’altra parte del mondo o a pochi chilometri da casa.

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